bdsm
Elias: Il contratto di un mese #1
Efabilandia
15.02.2026 |
48.241 |
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"Le chiavi che mi avete consegnato mi rendono un intruso autorizzato nella vostra casa, un nulla che serve in silenzio..."
Il Contratto di un MeseMi chiamo Elias. Ho 25 anni, sto per laurearmi in sociologia all’università La Sapienza. I miei genitori lavorano entrambi al Ministero della Salute a Roma: mio padre è un alto funzionario, mia madre dirige un ufficio di epidemiologia. Sono cresciuto in un ambiente di ordine, aspettative alte, carriere prestigiose. Tutto sembrava perfetto, ma dentro di me c’era un vuoto che nessuna laurea o complimento poteva riempire. Da anni la mia mente è rapita da un desiderio oscuro: voglio essere dominato, posseduto, ridotto a nulla per sentirmi finalmente intero. Non è solo fantasia sessuale; è un bisogno profondo di arrendermi, di lasciare che qualcun altro decida per me. La mia fidanzata, Aurora, è bellissima e dolce – ci stiamo da quasi due anni – ma con lei il sesso è tenero, prevedibile. Mi sento a metà, sempre. Ogni notte penso a una donna che mi comanda, mi umilia, mi fa sentire suo. È un’ossessione che mi consuma, mi eccita e mi terrorizza. Ho provato a nasconderlo, ma su A69 ho trovato l’annuncio che ha cambiato tutto.
Il suo nick era Dominia. L’annuncio era diretto, senza fronzoli: "Donna dominante 41 anni cerca sottomesso maschio 25-35 per contratto esclusivo di 30 giorni. Obiettivo: totale resa psicologica. Nessun contatto sessuale penetrativo obbligatorio. Solo seri. Invia lettera motivazionale di 500 parole." Non specificava professione, solo età e intenzioni chiare. Ho scritto quella lettera in una notte insonne, riversando tutto: il mio background familiare opprimente, il rapporto insoddisfacente con Aurora, il desiderio costante di essere posseduto mentalmente e fisicamente. Ho premuto invio con il cuore in gola.
Due giorni dopo, messaggio privato: "Colloquio domani ore 16:00. Studio privato, Piazza Luigi Sturzo all’EUR. Porta solo te stesso. Dominia."
Il pomeriggio dopo, sono arrivato in anticipo, nervoso come non mai. L’edificio era imponente, un palazzo moderno e austero tipico dell’EUR, con vetrate e marmo chiaro. Ho salito le scale fino allo studio al terzo piano. Quando ha aperto la porta, il respiro mi si è bloccato. Barbara – così si presentò – era esattamente come l’avevo immaginata nelle mie fantasie più segrete, ma reale, tangibile. Tailleur scuro impeccabile, camicetta bianca che lasciava intravedere la curva del seno, gonna a tubino che le fasciava i fianchi, tacchi alti neri che ticchettavano sul parquet. Capelli castani raccolti in uno chignon severo, trucco discreto ma sensuale, occhi castani che mi hanno trapassato. Emanava autorità e sensualità controllata.
Mi ha fatto accomodare su una sedia di fronte alla sua scrivania. "Siediti, Elias. Dimmi perché sei qui." La voce era bassa, ferma. Ho balbettato la verità: il mio desiderio represso, il vuoto con Aurora, come sognassi di inginocchiarmi ai piedi di una donna come lei. Mentre parlavo, i miei occhi continuavano a cadere sui suoi tacchi. Volevo buttarmi a terra, leccarli, adorarli. Lei lo ha capito subito – un sorriso lieve, predatorio. "Vedo dove guardi. Vuoi leccare le mie scarpe, vero? Ma prima, firmiamo."
Ha tirato fuori un foglio stampato, il contratto. Elegante, formattato con precisione. Regole chiare:
• Per 30 giorni, totale sottomissione psicologica e fisica.
• Niente orgasmi senza permesso esplicito (e quasi mai manuale).
• Chiamarla sempre "Signora".
• Ogni sera, 300 parole scritte su quanto mi sentissi inutile senza di lei e quanto meritassi le sue punizioni, inviate su A69.
• Ogni giorno, passare da casa sua per pulire e rassettare l’appartamento.
• Due giorni a settimana (venerdì e domenica), dormire da lei per essere "educato" – punizioni, addestramento, possesso.
• Alla fine del mese, lei decide: tenermi, rimandarmi a casa, o cedere per un weekend.
• In caso di inadempienza o violazione del contratto, oltre alle punizioni fisiche, la padrona pubblicherà le foto del sottomesso a volto scoperto su A69, esponendolo pubblicamente in modo che nessuno lo vorrà più.
• Clausola di sicurezza: parola di sicurezza "rosso", revoca immediata.
"Leggi attentamente. Firma solo se accetti di essere mio." Le mani mi tremavano. Quella clausola sulla pubblicazione delle foto a volto scoperto mi ha fatto gelare il sangue e al tempo stesso mi ha eccitato in modo violento – era la prova definitiva che non c’era via di fuga, che una volta firmato ero davvero alla sua mercé. Ho firmato, sentendo un’onda di terrore e di resa totale. Era ufficiale: ero suo.
Barbara ha preso il contratto, lo ha firmato a sua volta con una stilografica elegante. Poi, dal cassetto della scrivania, ha tirato fuori un piccolo mazzo di chiavi – due chiavi di servizio, semplici, senza portachiavi, del tipo che si consegnano alle cameriere o alle colf. Me le ha poste sul palmo della mano aperta, con un gesto lento e deliberato. "Queste sono le chiavi di casa mia, Elias. Aprono la porta se non è chiusa con le mandate interne. Da domani entrerai tu stesso, ogni pomeriggio alle 15:00 in punto, ti spoglierai nell’ingresso e inizierai le pulizie. Non suonare il campanello. Non aspettare. Entra e servi. Se le perdi o le usi male, lo saprò. E le conseguenze le conosci." Il metallo freddo contro la pelle mi ha fatto rabbrividire: era un simbolo tangibile della mia appartenenza, della mia libertà negata, della mia ridotta a oggetto che accede alla sua casa come un domestico invisibile. Ho chiuso le dita attorno alle chiavi, sentendo il peso psicologico più che quello fisico.
Poi, con voce morbida ma autoritaria: "Bravo ragazzo. Ora inginocchiati." Mi sono buttato in ginocchio senza esitare. "Lecca." Ho posato le labbra sulle sue scarpe, sentendo il sapore della pelle lucida, il cuoio freddo contro la lingua. Era umiliante, degradante, perfetto. Il mio cazzo pulsava nei pantaloni. Lei mi ha accarezzato i capelli piano. "Così va meglio. Domani alle 15:00 a casa mia. Usa le chiavi. Presentati nudo sotto i vestiti. Capito?"
"Sì, Signora."
Il giorno dopo – il mio primo vero giorno sotto il suo controllo – sono arrivato alla sua villetta elegante in periferia, puntuale, con le chiavi che bruciavano nella tasca. Ho infilato quella giusta nella serratura, girato piano, e la porta si è aperta senza resistenza. Il silenzio della casa mi ha accolto come un abbraccio soffocante. Mi sono spogliato nell’ingresso, piegando i vestiti in una pila ordinata come mi aveva ordinato implicitamente il suo sguardo il giorno prima, e ho iniziato le pulizie nudo, con il collare già al collo che diceva "Proprietà di Barbara". Il cuore mi batteva forte: ero entrato da solo, senza permesso verbale, come un servo che conosce il suo posto. Ogni movimento era una tortura deliziosa – chinarmi per raccogliere qualcosa dal pavimento, sentendo l’aria sulla pelle esposta, il mio cazzo che sfregava contro il bordo del lavandino mentre lavavo – e lei mi osservava da lontano quando rientrava, correggendomi con voce secca per ogni dettaglio mancato, amplificando la mia eccitazione. "Più veloce, Elias. O dovrò punirti." Volevo sbagliare apposta, solo per sentire cosa mi avrebbe fatto, per obbedire e meritare il suo tocco crudele.
Quella sera, poiché era venerdì e il contratto prevedeva che dormissi da lei per l’"educazione", le cose si sono intensificate. Dopo aver finito le pulizie, mi ha ordinato di stendermi supino sul pavimento freddo del salotto. "Resta fermo, ragazzo. Ora camminerò su di te." Ha tolto i tacchi, rimanendo con i piedi nudi, e ha iniziato a premere sul mio petto, il peso del suo corpo che mi schiacciava i polmoni, facendomi ansimare. Poi è scesa sulle cosce, le piante dei piedi che sfregavano contro la mia pelle sensibile, e infine ha posato un piede sul mio cazzo duro, premendo piano ma con fermezza, facendomi gemere di dolore misto a piacere elettrico. "Senti quanto sei eccitato? Ma non verrai." Il culmine è stato quando ha raggiunto la mia faccia: ha infilato le dita dei piedi nella mia bocca aperta, spingendo dentro mentre io succhiavo obbediente, il sapore salato della sua pelle che mi riempiva i sensi. Ero perso in quel momento, il desiderio di obbedire che mi consumava, bramando di scoprire quanto più in profondità mi avrebbe portata la sua dominazione. Barbara mi ha raccontato di sé quella notte, mentre ero legato ai piedi del suo letto con le mani dietro la schiena. "Il mio ex marito era il mio schiavo perfetto. Mi ha insegnato tutto: come dominare, come possedere, come far sentire un uomo completo nella resa. Ma mi ha tradita. Se n’è andato con un’altra, lasciandomi vuota. Da allora, ho bisogno di giovani come te – freschi, non ancora spezzati – per riempire quel vuoto. Dominarti mi fa sentire potente, viva. Ma è anche un rischio: mi affeziono, Elias. E tu mi stai già dentro." Le sue parole mi hanno commosso e eccitato; sentivo un legame emotivo nascere, rendendo la mia sottomissione ancora più totale.
Prima di dormire, come da contratto, ho scritto le mie 300 parole su A69: "Signora, oggi mi sono sentito inutile senza il vostro comando. Entrare con le chiavi che mi avete dato mi ha fatto sentire un servo invisibile, un nulla che accede alla vostra casa per servire. Pulire nudo per voi mi ha ricordato quanto sono patetico, un ragazzo che finge di essere forte con Aurora ma che in realtà brama solo le vostre punizioni. Merito ogni passo sui miei piedi, ogni ispezione che mi umilia, perché senza di voi sono vuoto. Il vostro piede sul mio cazzo mi ha fatto capire che merito il dolore, l’eccitazione negata, per espiare la mia debolezza. Sono inutile, un giocattolo da rompere, e merito ogni sculacciata futura per non aver pulito perfettamente. Senza la vostra dominazione, la mia vita è una farsa; merito di essere esposto a volto scoperto su A69 se fallisco, perché sono patetico e inutile senza le vostre regole." (Ho contato le parole mentalmente, riversando ogni emozione, sentendomi sempre più suo.)
Il secondo giorno, un sabato, sono tornato usando di nuovo le chiavi, entrando in silenzio, spogliandomi nell’ingresso, iniziando le pulizie con il corpo già segnato dal peso dei suoi piedi della notte prima. Appena entrata in casa dopo il suo impegno mattutino, ha istituito quello che sarebbe diventato il nostro rituale quotidiano: mi ha ordinato di mettermi al centro della stanza, nudo, con le gambe aperte larghe per esporre tutto. "Ispezione, Elias." Prima controllava il mio corpo: girava intorno a me lentamente, le mani che sfioravano il petto, le cosce, il cazzo – che si induriva inevitabilmente al suo tocco – e le palle, stringendole piano per testare la mia reazione. "Bene, depilato come voglio. Ma ora la casa." Passava poi a controllare ogni angolo che avevo pulito: il bagno, la cucina, il salotto. Quel giorno ha trovato una macchia rimasta sullo specchio del bagno – un mio errore stupido – e senza dire una parola, mi ha dato un calcio preciso sulle palle, il dolore lancinante che mi ha fatto piegare in due, urlando sommessamente. "Impara a fare meglio," ha detto con un sorriso. Ma stranamente, quel dolore mi ha eccitato di più; lo anticipavo già, amando il rituale perché significava che ero suo, completamente, e ogni ispezione rinforzava quel legame, facendomi bramare la prossima punizione. Dopo, per esasperarmi, mi ha fatto mettere sulle sue gambe sul divano e mi ha sculacciato forte con la mano nuda, ogni colpo che bruciava sulla pelle delle natiche, il mio cazzo premuto contro la sua gonna che sfregava a ogni movimento. "Vedi quanto ti piace essere punito? Ma non toccarti." L’umiliazione era elettrica; volevo obbedire a ogni costo, scoprire cosa avrebbe inventato dopo per possedermi.
Quella sera, le 300 parole: "Signora, oggi l’ispezione mi ha dimostrato quanto sono inutile: le mie pulizie imperfette meritano il vostro calcio sulle palle, quel dolore che mi eccita e mi umilia. Entrare con le chiavi che mi avete dato mi ricorda che sono solo un domestico al vostro servizio, patetico e sostituibile. Senza di voi, fingo con Aurora, ma merito punizioni per la mia inadeguatezza. Sono un fallito, un ragazzo che brama il vostro sculaccio, il vostro controllo, perché solo così mi sento vivo. Merito di essere esposto a volto scoperto su A69 se vi deludo, perché sono patetico e inutile senza le vostre regole crudeli. Ogni colpo mi ricorda che merito sofferenza per espiare la mia debolezza interiore."
Il terzo giorno, domenica, era un’altra notte da passare da lei, e l’eccitazione mi consumava già dal mattino. Sono arrivato presto, ho aperto con le chiavi, mi sono spogliato, ho pulito con meticolosità ossessiva per evitare errori, ma durante l’ispezione pomeridiana – gambe aperte, corpo esposto – ha trovato un capello sul pavimento della cucina. Il calcio sulle palle è arrivato immediato, più forte del giorno prima, facendomi crollare in ginocchio con le lacrime agli occhi, ma il mio cazzo si è indurito lo stesso, tradendo il mio desiderio perverso. Amavo quel rituale ormai; lo sentivo come un saluto intimo, un modo per lei di reclamarmi ogni volta che entrava in casa. Quella sera, dopo cena, mi ha legato le palle con una corda morbida ma stretta, e mi ha portato a guinzaglio per la casa mentre finivo le ultime pulizie, tirando ogni tanto per farmi gemere, il dolore acuto che si mescolava a un piacere distorto. "Cammina, Elias. Mostra quanto sei mio." Poi, per punirmi ulteriormente di quell’errore minuscolo, mi ha fatto mettere nudo a quattro zampe in cucina e mi ha dato un altro calcio sulle palle da dietro – lancinante, ma che mi ha lasciato ansimante di eccitazione. "Resta fermo ora." L’esasperazione era al massimo; la mia mente era un turbine di desiderio, pronto a tutto per lei.
Le 300 parole di quella sera: "Signora, il vostro calcio di oggi mi ha ricordato quanto merito punizioni: sono inutile, un pulitore patetico che fallisce persino nei compiti semplici. Le chiavi che mi avete consegnato mi rendono un intruso autorizzato nella vostra casa, un nulla che serve in silenzio. Con Aurora fingo normalità, ma merito il vostro guinzaglio, il dolore alle palle che mi eccita e mi spezza. Sono un nulla senza di voi, e merito esposizione a volto scoperto su A69 se vi tradisco. Ogni tiro mi fa capire che merito sofferenza per la mia inadeguatezza, per essere un ragazzo debole che brama solo il vostro dominio."
Il quarto giorno, lunedì, il rituale dell’ispezione è iniziato non appena è rientrata: gambe aperte, ispezione del corpo con tocchi lenti che mi facevano tremare, poi la casa. Quel giorno non ha trovato errori – ero stato perfetto – ma invece di lodarmi, mi ha esasperato in un altro modo. Mi ha chiamato in bagno durante la sua doccia: "Lavami la schiena." Era nuda, l’acqua che scorreva sul suo corpo maturo e sensuale, e io ho insaponato le sue spalle tremando, il contatto ravvicinato che mi mandava in estasi, il mio cazzo duro come pietra. "Bravo, ma basta così." Poi, sul divano, si è seduta di fronte a me, ha aperto le gambe sotto la gonna e ha iniziato a toccarsi piano, guardandomi: "Guarda cosa non avrai. E ricorda: anche se vedi Aurora, non puoi venire. Mai senza il mio permesso." I suoi gemiti mi hanno torturato, il desiderio che montava mentre lei raggiungeva l’orgasmo, il corpo che si inarcava. "Oggi ti faccio un regalo, Elias. Mettiti di fronte a me, gambe aperte." Ero nudo, eccitato al limite, e lei ha cominciato a darmi piccoli calci sul cazzo e sulle palle – con una certa forza, dolorosi ma precisi, che mi facevano gemere e indurire ancora di più. Ogni calcio era un’esplosione di sensazioni: dolore acuto misto a piacere perverso, il mio corpo che tremava, la mente rapita dal suo potere. Ha continuato, alternando calci leggeri e più forti, ridendo del mio stato, fino a che non ho potuto resistere: con un ulteriore calcio potente sulle palle, sono venuto, sborrando sul suo piede mentre il dolore mi travolgeva, lasciandomi svuotato e estatico.
Le 300 parole di quella sera: "Signora, oggi il vostro regalo mi ha mostrato quanto sono inutile: merito i calci sul cazzo e sulle palle, quel dolore che mi eccita e mi umilia profondamente. Le chiavi che mi avete dato mi ricordano che entro nella vostra casa come un servo, non come un uomo. Senza di voi non sono nulla e merito punizioni per la mia debolezza, per venire solo al vostro comando. Sono patetico, un ragazzo che brama esposizione a volto scoperto su A69 se fallisco, perché merito sofferenza per espiare. Ogni calcio mi ricorda che sono vostro, inutile senza le vostre regole crudeli."
Man mano che i giorni passavano, il crescendo di dominazione si intensificava, e io vivevo per scoprire le sue nuove idee.
Fino a che non arrivò il giorno 25 del mese...
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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